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DISAGIO PSICOLOGICO

Paura, tristezza, ansia, insicurezza, smarrimento sono sentimenti normali che fanno parte della nostra vita. Tali stati d’animo spesso sono la risposta a momenti di particolare tensione in ambito lavorativo, relazionale o famigliare, e si presentano, in modo più intenso, durante le fasi di passaggio più significative della nostra esistenza.

Normalmente riusciamo, attingendo alla risorse che abbiamo a disposizione, a ripensare e riorganizzare le nostre vite, superando questi periodi di difficoltà. Talvolta però il disagio, pur non configurandosi in un quadro clinico tale da giustificare una specifica diagnosi psicologica, assume carattere più persistente ed invalidante, con significative ricadute sulla qualità di vita.

In questi casi, la situazione di difficoltà non appare ascrivibile unicamente a circostanze esterne, sembra infatti coinvolgere aspetti più profondi e personali.

In queste circostanza, di solito, la persona comincia ad accorgersi di concorrere alla ripetizione delle situazioni disfunzionali che l’affliggono; di svolgere cioè una parte attiva nel “sabotare” il proprio percorso di autorealizzazione.

Ecco che allora, avviare una consultazione psicologica può essere utile, soprattutto se si desidera favorire un modo diverso di confrontarsi con il proprio disagio, interrogandosi seriamente sulle sue origini e sui suoi significati attuali.

L’occuparsi tempestivamente del proprio disagio, spesso permette di affrontare la situazione prima che i sintomi arrivino a strutturarsi in una vera e propria patologia.

 

DISTURBI DELL’UMORE

Il DSM-IV-TR distingue i disturbi dell’umore in due macrocategorie: i disturbi che implicano soltanto sintomi depressivi e quelli che comportano anche sintomi maniacali (disturbi bipolari).

 

I DISTURBI DEPRESSIVI

A tutte le persone capita di provare sentimenti di tristezza. Situazioni esterne, eventi traumatici, ma anche soltanto le delusioni della vita quotidiana sono in grado di provocare un abbassamento del tono dell’umore. I sentimenti e i pensieri negativi che ne conseguono solitamente non soddisfano i criteri per una diagnosi di disturbo depressivo e la remissione dei sintomi avviene spontaneamente. Tuttavia il 15-20% delle persone presenta, nel corso della vita, sintomi depressivi di intensità e durata tali da necessitare di un intervento terapeutico. Queste persone oltre a provare sentimenti di profonda tristezza, solitamente mostrano perdita di interesse per tutte quelle attività che prima erano fonte di soddisfazione e piacere. Le persone depresse inoltre risultano spesso fortemente autocritiche, esagerando i loro difetti e manchevolezze e arrivando a svalutarsi ed autoaccusarsi in modo eccessivo. Nelle persone che soffrono di un disturbo depressivo spesso si riscontra anche difficoltà a concentrarsi, faticabilità e scarsa energia. In alcuni casi si verifica un rallentamento dei pensieri o dei movimenti, o, al contrario, uno stato di agitazione psicomotoria. Anche il sonno può risultare alterato (difficoltà ad addormentarsi, continui risvegli, ecc.) così come l’alimentazione (con diminuzione o aumento dell’appetito). Tutti questi aspetti contribuiscono a rendere la visione della vita delle persone depresse cupa e pessimistica, con conseguente perdita di iniziativa e ritiro sociale. Infine, nei casi di profonda disperazione e sconforto si riscontrano spesso ideazioni suicidarie.

 

IL DISTURBO DEPRESSIVO MAGGIORE

Per formulare questa diagnosi il DSM-IV-TR richiede che i sintomi siano presenti da almeno due settimane. Oltre all’umore depresso e alla perdita di piacere e interesse devono essere presenti almeno quattro dei seguenti sintomi: alterazioni dell’attenzione, del sonno o dell’appetito, sentimenti di inutilità e autosvalutazione, agitazione o rallentamento psicomotorio, pensieri suicidari. Il DSM distingue fra le persone colpite da un singolo episodio e quelle che mostrano episodi ricorrenti.

 

DISTURBO DISTIMICO

La distimia è una forma particolare di depressione. Rispetto all’episodio depressivo la distimia presenta sintomi più lievi ma più persistenti. Infatti, secondo il DSM-IV-TR per fare questa diagnosi è sufficiente che all’umore depresso si accompagnino due dei seguenti sintomi: scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia; difficoltà a concentrarsi o a prendere decisioni; sentimenti di disperazione. Se nella distimia il numero di sintomi è inferiore rispetto al disturbo depressivo maggiore, è la loro durata invece, come accennato, ad decisamente superiore ed infatti la sintomatologia deve perdurare per almeno due anni. Le persone che soffrono di questo disturbo vivono così per anni sensazioni di costante stanchezza, abbattimento e tristezza, quasi tutto le affatica e quasi nulla dà loro gioia o soddisfazione. Queste persone, col tempo, possono sviluppare forti sentimenti di inadeguatezza e bassa autostima, oltre ad una serie di timori ed ansie che spesso inducono un progressivo ritiro sociale. La distimia difficilmente viene riconosciuta e trattata come un disturbo, anche perché di solito i distimici riescono ad espletare ugualmente le proprie funzioni lavorative e sociali, seppure con uno sforzo straordinario difficilmente visibile dall’esterno. Accade così che spesso la loro sofferenza non venga riconosciuta, né presa sul serio come invece meriterebbe. Circa il 6% della popolazione sviluppa una distimia nel corso della vita. Di solito il disturbo prolungato dell’umore inizia nell’adolescenza, a volte l’esordio riguarda invece l’età infantile.

 

DISTURBI MANIACALI

Con il termine mania facciamo riferimento a periodi di eccessiva e immotivata euforia, nel corso dei quali la persona ha difficoltà a regolare le proprie emozioni in modo consono alle situazioni. Il tono dell’umore è così elevato da far sentire la persona realizzata e superiore agli altri benchè il comportamento sia caotico ed inadeguato. Il DSM-IV-TR per formulare la diagnosi di episodio maniacale o ipomaniacale, oltre all’umore eccessivamente elevato o irritabile, richiede che siano soddisfatti almeno tre dei seguenti criteri: aumento dell’attività finalizzata o agitazione psicomotoria; loquacità insolita, diminuito bisogno di sonno; autostima ipertrofica; distraibilità; eccessivo coinvolgimento in attività ludiche potenzialmente dannose (spese di denaro eccessive, rapporti sessuali promiscui, guida imprudente, ecc.). Una diagnosi corretta richiede che i sintomi durino almeno una settimana e siano tali da compromettono la vita della persona, o da richiedere ospedalizzazione. Nell’episodio ipomaniacale i sintomi possono durare anche solo 4 giorni e il comportamento della persona seppur chiaramente alterato non necessariamente ne compromette in modo significativo la qualità di vita. Il DSM individua tre forme di disturbo bipolare:

 

DISTURBO BIPOLARE I

Questo disturbo è caratterizzato dall’alternanza di episodi conclamati di tipo maniacale e depressivo maggiore. Il disturbo bipolare di tipo I normalmente ha il suo esordio con un episodio depressivo, e il suo decorso prevede almeno un periodo maniacale o di eccitamento. La fase depressiva può precedere o seguire di poco la fase maniacale, oppure la depressione e la mania possono essere separati da lunghi periodi, anche mesi o anni.

 

DISTURBO BIPOLARE II

Nel disturbo bipolare di tipo II, gli episodi depressivi si alternano a episodi ipomaniacali. Nel corso del periodo ipomaniacale il tono dell’umore cresce e il funzionamento complessivo migliora. I periodi ipomaniacali sono così caratterizzati da grande energia e sicurezza, con un netto miglioramento delle relazioni sociali e delle prestazioni lavorative, che spesso appaiono addirittura superiori alla norma.

 

DISTURBO CICLOTIMICO

Il disturbo ciclotimico è caratterizzato da ampie fluttuazioni dell’umore, nella vita della persona, infatti, frequenti ma lievi sintomi depressivi si alternano a lievi sintomi di mania. Il disturbo ciclotimico può anticipare l’insorgenza del disturbo bipolare di tipo II, ma può anche manifestarsi in forma “pura” senza sfociare in alcun disturbo dell’umore maggiore. In questi casi, si assiste all’alternanza tra brevi periodi depressivi e momenti di entusiasmo ed euforia. Sebbene talvolta i tratti ipomaniacali favoriscano la leadership, il successo, la carriera e la creatività, più spesso hanno ricadute negative sul piano interpersonale e sociale. Si assiste cioè ad una generale instabilità caratterizzata da precarietà lavorativa, improvvisi e frequenti traslochi, ripetute rotture di legami affettivi o coniugali, ecc. Come nel caso della distimia questa diagnosi richiede che i sintomi perdurino per almeno due anni.

 

DISTURBI ALIMENTARI

Il dott. Luca Ravazzin, dal 2005 al 2011 ha lavorato come Psicologo – Psicoterapeuta presso il Centro Regionale per il trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare di Verona.

Nel 2011 ha promosso, ed è stato Coordinatore Scientifico, del convegno dal titolo: “Quando il disagio diventa patologia. I disturbi del comportamento alimentare nei giovani adolescenti”.

Attualmente collabora con la Federazione Italiana Disturbi del Comportamento Alimentare (sede di Verona).

 

COSA SONO

Secondo la classificazione mondiale più accreditata (DSM IV-TR), rientrano nei disturbi del comportamento alimentare: l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati (una categoria eterogenea in cui sono compresi molti disturbi atipici o parziali). L’Obesità, finora, non è stata inclusa nella classificazione del DSM-IV-TR poiché non sembra associata ad alcuna sindrome o disturbo psicologico specifico. Le persone obese, tuttavia, soffrono spesso del disturbo da alimentazione incontrollata. Molti studi segnalano che i diversi disturbi del comportamento alimentare presentano aree di sovrapposizione, con somiglianze rilevanti e frequenti passaggi, nel tempo, da una tipologia all’altra. Persone che condividono una stessa sintomatologia possono avere strutture psicopatologiche molto diverse, ciò che rende conto della differenze nella prognosi e nelle risposte agli interventi terapeutici. Tutti i disturbi del comportamento alimentare sono patologie psichiche complesse che incidono negativamente, non solo sul corpo, ma anche sulla vita affettiva e relazionale. Spesso si associano ad altre forme di disagio, come depressione, abuso di sostanze, disturbi d’ansia e pluridipendenze. I disturbi alimentari riguardano fasce d’età sempre più ampie, dall’infanzia fino alla maturità. L’esordio della sintomatologia è tipicamente adolescenziale (14-18 anni), ma sempre più di frequente si registrano forme infantili precoci (8-9 anni) o tardive (dopo i 25 anni fino ai 40 anni ed oltre). Il problema è diffuso soprattutto nei paesi industrializzati e colpisce le adolescenti e le giovani donne in misura superiore ai maschi, anche se si sta assistendo ad un aumento dell’incidenza negli uomini. Il fenomeno va inserito in un quadro più ampio e complesso rispetto a quello del singolo individuo. La componente sociale gioca un ruolo importante e può spiegare la progressiva diffusione di questi disturbi che si collocano al confine tra soggettività corporea e mentale. I modelli pubblicitari e televisivi sollecitano una sorta d’insoddisfazione per il proprio corpo, proponendo il confronto con chi sembra incarnare perfezione corporea, lusso, successo. In un contesto socio-culturale consumistico e disgregato il proprio corpo diventa così uno strumento manipolabile e plasmabile, simbolo di autocontrollo, di realizzazione e sicurezza di sé, senza che si colga la portata distruttiva del comportamento alimentare. A favorire l’insorgenza di un disturbo del comportamento alimentare concorrono cause di tipo multifattoriale, vale a dire complesse interazioni tra fattori biologici, psicologici, familiari e culturali. Eventi specifici – come separazioni, perdite, eventi di vita stressanti, abitudini alimentari scorrette – possono far precipitare la situazione e sbilanciarla in senso psicopatologico. Il sintomo permette a chi soffre di questi disturbi di percepire la propria identità come più integra e stabile e permette di definire sé stesso in base alla patologia da cui è affetto:”sono anoressica”, “sono bulimica”.

 

ANORESSIA

Il termine anoressia deriva dal greco anorexía, termine che indica la mancanza di desiderio per il cibo. In questo caso il significato letterale risulta del tutto forviante. Nell’anoressia nervosa, infatti, non manca l’appetito, si assiste anzi ad una strenua lotta contro la fame per perdere peso, poiché l’autostima del soggetto dipende esclusivamente dalla magrezza. I criteri diagnostici per l’anoressia nervosa sono 4:

  • Rifiuto di mantenere un peso corporeo adeguato (la persona mostra un peso inferiore all’85% del peso atteso per età e statura). Il decremento ponderale è solitamente ottenuto mediante la dieta, anche se condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi o di diuretici) e attività fisica eccessiva possono far parte del quadro clinico.
  • Intensa paura d’ingrassare, che non si attenua con il decremento ponderale. La persona non si sente mai troppo magra.
  • Percezione distorta dell’immagine corporea. Anche quando sono emaciati, gli individui con anoressia nervosa affermano di essere sovrappeso e che certe parti del corpo, quali l’addome, i glutei e le cosce, sono troppo grasse. Per valutare dimensioni e peso corporeo si pesano continuamente, misurano le diverse parti del corpo e si controllano allo specchio con occhio ipercritico.
  • Amenorrea (assenza del ciclo mestruale) a causata dell’estrema magrezza. Dei quattro criteri diagnostici, l’amenorrea pare essere il meno importante; poche differenze, infatti, sono state rilevate fra le donne che soddisfano tutti e quattro i criteri e quelle che soddisfano solo i primi tre.

Il DSM-IV-TR distingue due tipologie di anoressia nervosa. Nel sottotipo con restrizioni il decremento ponderale è ottenuto limitando drasticamente l’assunzione di cibo; nel sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione, le persone si sottopongono regolarmente ad abbuffate e a condotte di eliminazione. Alle persone con anoressia nervosa vengono spesso diagnosticato: depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, fobie, disturbo di panico, alcolismo e vari disturbi di personalità. Il digiuno autoimposto e il ricorso a lassativi producono numerose conseguenze biologiche indesiderabili nelle persone con anoressia nervosa. Spesso si ha ipotensione, bradicardia, problemi renali e gastrointestinali, osteoporosi, aridità della cute, fragilità delle unghie, alterazioni dei livelli ormonali e una leggera anemia. I livelli di elettroliti come potassio e sodio spesso presentano alterazioni. Questi sali ionizzati, presenti in diversi fluidi corporei, sono essenziali al processo di trasmissione neurale, e livelli inferiori alla norma possono portare stanchezza, debolezza, aritmie cardiache, ecc. L’andamento del disturbo può variare da forme lievi e transitorie o episodiche, seguite da completa remissione sintomatica, a forme nelle quali si avvicendano fasi di equilibrio e periodi di riacutizzazione, fino a forme croniche con deterioramento progressivo. L’anoressia inizia di solito con una dieta, con restrizioni alimentari mosse dal desiderio di migliorare la propria immagine e di farla aderire al modello proposto dalla società.

 

BULIMIA

Il significato etimologico del termine bulimia è fame “da bue”, enorme, smisurata (dal greco bous, “bue” e limos “fame”). La bulimia nervosa è caratterizzata da desiderio intenso e incontenibile di alimentarsi con enormi quantità di cibo, viene cioè percepita una sensazione di fame eccessiva che deve essere soddisfatta in modo tossicomanico. La bulimia nervosa è, secondo i criteri del DSM-IV-TR, caratterizzata da ricorrenti abbuffate (episodi di rapida ingestione di grandi quantità di cibo), con perdita di controllo e condotte compensatorie (vomito, uso di lassativi e diuretici, esercizio fisico) che si verificano almeno due volte alla settimana per tre mesi. Non si può diagnosticare una bulimia nervosa se gli episodi di abbuffata e condotte di eliminazione si verificano in un contesto di anoressia nervosa e di calo ponderale estremo; in questi casi la diagnosi è di anoressia nervosa del sottotipo con abbuffate/condotte di eliminazione. In effetti, una differenza importante tra l’anoressia e la bulimia è proprio la perdita di peso. La bulimia, infatti, a differenza dell’anoressia, non porta di solito ad una modificazione corporea significativa: le persone che soffrono di questo disturbo spesso sono normopeso o leggermente sovrappeso o sottopeso. Nella bulimia, le abbuffate o crisi bulimiche avvengono generalmente in solitudine; esse possono essere indotte da stress e dalle conseguenti emozioni negative, e di solito continuano finché la persona non si sente piena da scoppiare. I pazienti riferiscono di perdere il controllo durante la crisi bulimica, fine al punto di esperire qualcosa di simile a uno stato dissociativo in cui si perde consapevolezza del proprio comportamento o si sente di non essere realmente quella persona che si sta abbuffando. Spesso le persone affette da bulimia si vergognano delle proprie abitudini alimentari patologiche e cercano di nasconderle. Quando l’abbuffata si conclude, una sensazione di disgusto e la paura di aumentare di peso portano alla seconda fase della bulimia nervosa: la condotta di eliminazione per tentare di rimediare agli effetti calorici della crisi bulimica. Gli individui affetti da bulimia per tenere sotto controllo il peso corporeo, da cui fanno dipendere la loro autostima, spesso ricorrono al vomito autoindotto, all’abuso di lassativi e diuretici, nonché al digiuno e all’eccessiva attività fisica. Anche la bulimia nervosa come l’anoressia si divide in due sottotipi: con condotte di eliminazione e senza condotte di eliminazione. In quest’ultimo caso i comportamenti compensatori sono il digiuno o l’attività fisica eccessiva. La bulimia nervosa inizia tipicamente nella tarda adolescenza o nella prima età adulta e circa il 90% dei casi riguarda individui di sesso femminile. La bulimia nervosa presenta comorbidità con numerose altre diagnosi, in particolare con la depressione, i disturbi della personalità, i disturbi d’ansia, l’abuso di sostanze e il disturbo della condotta. Come l’anoressia, la bulimia è associata a diversi effetti collaterali fisici. Le frequenti condotte di eliminazione possono produrre ipopotassiemia, mentre il ricorso inappropriato a lassativi induce diarrea, che a sua volta può portare ad alterazioni nell’equilibrio elettrolitico e causare irregolarità nella frequenza cardiaca. Il vomito ricorrente è stato collegato a propblemi mestruali e può portare a lesioni a carico del tessuto dello stomaco e della gola, e a una perdita dello smalto dentale, dovuta agli acidi gastrici che intaccano i denti. In alcuni casi le ghiandole salivari possono ingrossarsi. La persona bulimica, come quella anoressica, aspira al controllo del corpo e all’ideale di magrezza, ma non riesce a contrastare la “crisi bulimica”, che utilizza per gestire forti sensazioni di vuoto interno, di perdita, e l’impossibilità di sentire il proprio corpo. A prescindere dal significato che le condotte di svuotamento possono assumere per il soggetto, quasi sempre hanno un carattere di segretezza per il vissuto di incomunicabilità che le accompagna, o per il senso di vergogna e di colpa. Il sintomo bulimico a volte si struttura nella vita di una persona all’insaputa di tutto il contesto familiare, che può ignorarlo anche per anni.

 

DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA (BED)

Il “Disturbo da Alimentazione Incontrollata”, conosciuto anche come Binge Eating Disorder, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate a cui non seguono condotte compensatorie per contrastare l’ingestione di cibo in eccesso. A questo disturbo vengono riconosciute forti implicazioni psicologiche a differenza dell’obesità che è stata tradizionalmente considerata soprattutto una malattia di tipo medico. L’abbuffata compulsiva è caratterizzata da perdita di controllo, velocità nel mangiare, sensazione di pienezza eccessiva, introduzione di grandi quantitativi di cibo in mancanza della sensazione di fame, segretezza nell’atto del mangiare, disgusto e disprezzo verso sé stessi, stati di ansia e forte agitazione espressi anche a livello motorio. I pazienti si descrivono come se fossero in trance, come se fosse qualcun altro a mangiare al posto loro. L’abbuffata si presenta alla stregua di un comportamento automatico, che può conciliarsi con altre attività nelle quali non è necessario pensare (per esempio, ascoltare la musica, guardare la tv, ecc). I cibi ricercati durante questi episodi sono prevalentemente dolci ad alto contenuto calorico; spesso vengono preferiti i cibi che la persona di solito non si concede perché li considera “pericolosi” dal punto di vista calorico. Durante l’episodio di abbuffata il vissuto della persona viene descritto come positivo, poiché vi è un’immediata riduzione del senso di ansia e della fame con la conseguente sensazione di sollievo. Ben presto, tuttavia, prendono il sopravvento emozioni negative: depressione, disgusto, vergogna e senso di colpa. Frequenti sono anche le sensazioni fisiche di stanchezza, mal di stomaco o sonnolenza improvvisa. Il DSM-IV-TR classifica il disturbo da alimentazione incontrollata tra le diagnosi che necessitano di ulteriori studi. Si distingue dall’anoressia nervosa per l’assenza di decremento ponderale e dalla bulimia nervosa per l’assenza di comportamenti compensatori (condotte di eliminazione, digiuno o attività fisica eccessiva). Il più delle volte gli individui con il disturbo da alimentazione incontrollata sono obesi. È importante sottolineare, tuttavia, che non tutte le persone obese soddisfano i criteri per il disturbo da alimentazione incontrollata. Solo coloro che hanno episodi di abbuffate e che riferiscono la sensazione di una perdita di controllo rispetto al cibo si qualificano come affette dal disturbo.

 

DISTURBI NON ALTRIMENTI SPECIFICATI (NAS)

La categoria include quei disturbi che non soddisfano i criteri di uno specifico disturbo dell’alimentazione. Raccoglie inoltre tutte le forme anoressiche e bulimiche sotto-soglia ovvero in via di strutturazione che potrebbero evolvere in forme cliniche più evidenti.

DISTURBI D’ANSIA

Tutte le persone, nel corso della loro vita, provano ansia e paura. Con il termine ansia ci riferiamo ai sentimenti di preoccupazione ed apprensione che si esperiscono nel prevedere un problema o una difficoltà; l’ansia pertanto fa riferimento ad una minaccia futura. La paura, invece, è una risposta ad un pericolo immediato, facendo così riferimento ad una minaccia presente. Sia l’ansia che la paura sono emozioni di grandissima importanza ed utilità. L’ansia, ad esempio, ci aiuta quando, anticipando la percezione del pericolo, ci porta a evitare situazioni particolarmente pericolose o comunque ci prepara a reagire nel modo più adeguato. La paura, attraverso rapidi mutamenti del sistema nervoso simpatico, induce una situazione di particolare allerta che prepara l’organismo a fronteggiare il pericolo. Normalmente dunque l’ansia e la paura hanno un forte valore adattivo. Talvolta però, come accade in taluni disturbi d’ansia, il sistema deputato alla paura sembra funzionare male, attivandosi, ad esempio, anche quando non è presente alcun pericolo reale. In questi casi ansia e paura possono diventare emozioni fortemente disfunzionali, peggiorando il nostra adattamento alle situazioni e all’ambiente. Definire quando ansia e paura vanno considerati disturbi psichici è una valutazione complessa che dipende da diverse variabili anche perché le situazioni capaci di suscitare queste emozioni e la capacità di sopportarle e gestirle variano molto da persona a persona. L’ansia e la paura vengono considerati sintomi di disagio psichico per lo più quando sono troppi intensi, si manifestano con eccessiva frequenza e si protraggono troppo a lungo; quando si presentano senza motivo apparente, quando conducono alla perdita di controlla, all’evitamento di determinate situazioni o sono comunque causa di forte disagio psichico. Assieme ai disturbi dell’umore i disturbi d’ansia rappresentano i disturbi psichici più diffusi al mondo. Si stima, infatti, che il 10% circa della popolazione soffra di disturbi d’ansia. Un importante studio svolto negli stati uniti rileva che il 28% dei soggetti riferiva di avere sperimentato, in qualche momento della propria vita, sintomi che soddisfano i criteri previsti dal DSM-IV per la diagnosi di un disturbo d’ansia. Va ricordato che i disturbi d’ansia comportano costi molto alti per le persone che ne soffrono, tali disturbi si associano infatti a difficoltà sul lavoro e seri problemi nelle relazioni interpersonali. Tuttavia, le sindromi ansiose spesso non vengono diagnosticate e dunque non vengono trattate. In questi casi l’ansia può diventare una malattia, trasformandosi in un circolo vizioso che si autoalimenta, fatto di ansia anticipatoria, catastrofismo, angosce e sintomi organici. Affrontare l’ansia è il modo migliore per vincerla. I disturbi d’ansia vengono trattati in modo efficace con la psicoterapia, i farmaci o con una combinazione di entrambi. Lo psicoterapeuta e lo psichiatra sono le figure capaci di diagnosticare e trattare nel modo più adeguato le sindromi ansiose. Solitamente i farmaci vengono prescritti per controllare i sintomi in caso di disagio troppo intenso, mentre la psicoterapia fornisce al paziente gli strumenti utili a vedere le proprie ansie in una prospettiva diversa, ad interrogarsi sulle sue origini e sui significati attuali. Talvolta si ricorre alla combinazione di psicoterapia e farmaci per favorire sia risposta immediato che un cambiamento duraturo. È utile considerare che un intervento precoce aiuta a prevenire l’insorgenza di eventuali patologie associate all’ansia.

 

I QUADRI CLINICI DEI DISTURBI D’ANSIA

Prenderemo ora in esame un vasto gruppi di disturbi classificati nel DSM-IV-TR come disturbi d’ansia: fobie specifiche, fobie sociali, disturbi di panico, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo post-traumatico da stress. Una caratteristica comune a tutti i disturbi d’ansia sono livelli abnormi per intensità o frequenza. I disturbi di panico e le fobie si distinguono per l’intensa paura oltre che per l’ansia. Ogni specifico disturbo, tuttavia, risulta definito da un differente quadro di sintomi correlati all’ansia o alla paura. Per ogni disturbo esistono criteri che precisano in che termini l’ansia o la paura devono interferire col funzionamento della persona, o causare disagio, perché si possa trarre la diagnosi di un particolare disturbo.

 

DISTURBO DI PANICO E L’AGORAFOBIA

Il disturbo di panico è caratterizzato da frequenti attacchi di panico apparentemente immotivati. Un attacco di panico è caratterizzato da forti sensazioni di apprensione, terrore e disastro incombente, seguite spesso dalla paura di perdere il controllo, di impazzire o di morire. A tali episodi si accompagnano vistose reazioni organiche quali dispnea, palpitazioni, nausea, dolore toracico, senso di soffocamento, capogiri, sudorazione e tremori. Più raramente vengono riferiti sensazioni di depersonalizzazione (sentirsi come fuori dal proprio corpo) o di derealizzazione (senso di irrealtà del mondo). Normalmente la sintomatologia si manifesta molto rapidamente, raggiungendo la massima intensità in pochi minuti. Gli attacchi di panico sono definiti inaspettati quando si presentano all’improvviso, situazionali, quando si legano a situazioni specifiche (prendere l’aereo, guidare l’auto, ecc.). Il disturbo da attacchi di panico, inoltre, può associarsi o meno ad agorafobia. Possiamo definire l’agorafobia come l’ansia relativa a trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di attacco di panico. Molte persone affette da agorafobia non riescono ad uscire di casa o lo fanno con grande disagio. Secondo il DSM infine per poter formulare la diagnosi di disturbo di panico è necessario che gli episodi siano inaspettati e ricorrenti, che la persona sia preoccupato di subire altri attacchi e che tale timore produca cambiamenti significativi nella sua vita. Viene cioè preso in considerazione anche il modo in cui il soggetto risponde agli attacchi. Sebbene estremamente spiacevoli, gli attacchi di panico non sono pericolosi. Spesso tuttavia le persone, temendo di essere affette da gravi disturbi cardiaci o polmonari, si rivolgono al pronto soccorso dove non vengono però individuati problemi organici rilevanti. Chi ha avuto attacchi di panico spesso vive nel timore che questi episodi si possano ripetere. Quest’ansia anticipatoria aumenta la tensione psicofisica dell’individuo favorendo di fatto la comparsa di ulteriori episodi. L’ansia cioè si autoalimenta dando vita ad un circolo vizioso dal quale non sempre è facile sottrarsi. Alcune persone con attacchi di panico guariscono senza trattamento, specialmente se non evitano le situazioni in cui si sono verificati gli episodi. Per altre persone, soprattutto se non seguite efficacemente con farmaci e/o psicoterapia, il disturbo può avere un decorso cronico oscillante.

 

FOBIE

Con il termine fobia si intende la paura marcata e persistente di un oggetto o di una situazione particolare. Nelle fobie la paura è irrealistica e sproporzionata rispetto al pericolo che l’oggetto o la situazione può effettivamente comportare. Nonostante riconoscano le loro paure come eccessive e irrazionali, i fobici cercano di evitare in ogni modo le situazioni o gli oggetti in grado di suscitare loro stati d’ansia. Questo comportamento rinforza la paura e, soprattutto se esteso a più situazioni, può compromettere la qualità di vita di queste persone, interferendo con le attività sociali e lavorative della persona e favorendo l’isolamento. Le fobie specifiche: una fobia specifica consiste in una paura intensa e immotivata, causata dalla presenza di un particolare oggetto o situazioni circoscritte (paura di volare, delle altezze, degli animali, ecc.) La diagnosi è appropriata solo se l’oggetto (o la situazione) fobico viene evitato o sopportato con intensa ansia, interferendo significativamente con la routine quotidiana, o compromettendo funzionamento lavorativo e vita sociale.

La fobia sociale: Le persone con fobia sociale mostrano paura irrazionale e persistente nel confrontarsi con gli altri, soprattutto se la situazione le fa sentire potenzialmente esposte al giudizio o alle critiche. Per questa ragione, l’individuo affetto da tale fobia, normalmente cerca di evitare le situazioni in cui potrebbero essere oggetto della valutazione di altri (parlare in pubblico, partecipare a riunioni di lavoro, ecc.). Meno frequentemente la persone si sforza di sopportare la situazione sociale o prestazionale temuta, ciò che normalmente induce un elevato stato d’ansia accompagnato spesso dal timore che il disagio diventi visibile mediante comportamenti inadeguati o sotto forma di rossore, tremori. La fobia sociale viene definita generalizzata quando la paura e l’evitamento si estendono a tutte le situazioni sociali, oppure specifico, se la reazione fobica è circoscritta a particolari esperienze.

 

DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATO

Nel disturbo d’ansia generalizzato, l’ansia si sviluppa in modo latente e progressivo generando una condizione di costante inquietudine e preoccupazione. L’ansia non è dunque circoscritta a situazioni particolari, ma pervade quasi ogni ambito della vita quotidiana. La persona mostra dunque una preoccupazione eccessiva, per intensità, durata e frequenza, rispetto alla situazione che si trova a vivere. Le preoccupazioni più comuni comprendono le responsabilità lavorative, il denaro, la salute, la sicurezza, ecc.. A questa condizione possono associarsi difficoltà a concentrarsi, irritabilità e tensione muscolare, oltre a problemi di ordine fisico quali disturbi del sonno, vertigini, dolori allo stomaco e vampate di calore. Il decorso del disturbo, se non trattato, è di solito fluttuante e cronico, con peggioramenti sotto stress.

 

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO

Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato da idee, pensieri, immagini o impulsi vissuti come intrusivi, persistenti e incontrollabili (ossessioni), nonché dal bisogno continuo di ripetere comportamenti o azioni mentali al fine di ridurre la sofferenza causata dai pensieri ossessivi (compulsioni). Le principali tematiche ossessive riguardano la contaminazione (es. paura di infettarsi), il dubbio (es. timore di aver lasciato aperto il gas), la perdita e gli impulsi sessuali (es. timore di non riuscire controllare la propria sessualità) o aggressivi (es. timore di far male a qualcuno). Come abbiamo detto, normalmente, le persone con disturbo ossessivo-compulsivo si vedono costrette a ripetere azioni afinalistiche e insensate, dette rituali, per ridurre l’ansia e controbilanciare le proprie ossessioni. In tal senso, ossessioni e compulsioni sono le due facce della stessa medaglia. Ecco che allora, ad esempio, la continua pulizia della casa controbilancia il timore di contaminazione; i controlli ripetuti il timore di aver lasciato aperto il gas, la porta, la luce e così via. Nonostante spesso le persone si rendono perfettamente conto dell’irrazionalità dei propri pensieri e dell’insensatezza delle loro azioni, possono arrivare a sviluppare rituali molto complessi, con straordinario dispendio di tempo ed energie. Per lo più i rituali, come ad esempio il lavaggio delle mani, sono osservabili, altri invece come i conteggi ripetuti o le frasi ripetute mentalmente, non lo sono. Purtroppo molte persone, vivendo questo problema con vergogna ed imbarazzo, sono restie a chiedere aiuto posticipando la possibilità di un trattamento efficace. Episodi depressivi spesso si associano a questo disturbo, sono infatti riscontrabili in circa un 1/3 dei pazienti al momento della diagnosi e in 2/3 in un dato momento della vita. Per essere diagnosticato, il disturbo ossessivo-compulsivo deve causare alla persona notevole disagio ed interferire con le normali attività quotidiane.

 

DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS

L’aspetto distintivo del disturbo post traumatico da stress è rappresentato dall’esposizione ad un grave evento traumatico, che viene poi rivissuto, causando forte ansia, senso di impotenza ed evitamento delle situazioni associate al trauma. In particolare la persona deve essere stata coinvolta direttamente, o come spettatrice, in un evento che ha implicato lesioni gravi, morte o pericolo di morte, o comunque una minaccia all’integrità fisica del soggetto o di altre persone. Nel disturbo post-traumentico la persona oltre a richiamare spesso alla mente il trauma vissuto, mediante “flashback” o incubi notturni, e ad evitare tutto ciò che rimanda all’evento traumatico, spesso manifesta un generale ottundimento della reattività (diminuito interesse, senso di distacco e di estraniamento, incapacità di provare emozioni positive). Infine, si riscontra spesso aumentata attivazione fisiologica come difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme. A volte l’esordio dei sintomi è ritardato, verificandosi dopo molti mesi o anche anni dall’evento traumatico.

DISTURBI SOMATOFORMI

Nei disturbi somatoformi i problemi psicologici si manifestano in forma fisica, ovvero la persona esperisce sintomi fisici per i quali non è individuabile alcuna causa organica. Questi disturbi non sono soggetti a controllo volontario, né sono prodotti intenzionalmente. Le persone che ne soffrono tendono a ricercare le cure mediche e di solito restano frustrate e confuse quando i medici non trovano alcuna spiegazione fisiologica ai problemi che essi lamentano.

 

DISTURBO ALGICO

In questo disturbo i fattori psicologici giocano un ruolo importante nell’esordio, nel mantenimento e nella gravità del dolore fisico. Il dolore causa un livello significativo di disagio e menomazione; per esempio, la persona può non essere più in grado di lavorare, oppure sviluppare una dipendenza da analgesici. Come abbiamo detto sopra, il dolore può esordire o intensificarsi dopo un conflitto o uno stress. A un osservatore esterno può sembrare che la persona usi il dolore per evitare qualche attività spiacevole, o per attirare si di sé attenzione e simpatia, ma chi soffre di disturbo algico non se ne rende conto: sperimenta il proprio dolore come un sintomo completamente fisico.

 

DISMORFISMO CORPOREO

Il disturbo di dismorfismo corporeo viene diagnosticato quando una persona prova un’intensa preoccupazione perché immagina, o esagera, un difetto nel proprio aspetto fisico. I problemi tendono a concentrarsi soprattutto su certe parti del corpo; per le donne queste sono in genere la pelle, i fianchi, il seno e le gambe, mentre per gli uomini tendono ad essere l’altezza, le dimensioni del pene e i capelli. Le persone affette da questo disturbo sperimentano, in relazione al loro presunto difetto fisico, una forte angoscia che condiziona pesantemente molti aspetti della loro vita. Questo disturbo è relativamente raro con un tasso di prevalenza inferiore all’1%. Solitamente le persone con disturbo di dimorfismo corporeo soddisfano i criteri diagnostici anche di un altro disturbo psicologico. La comorbidità è soprattutto frequente con la depressione maggiore, la fobia sociale, il disturbo ossessivo compulsivo, l’abuso di sostanze e i disturbi di personalità.

 

IPOCONDRIA

L’ipocondria è la paura di avere una grave malattia. Per soddisfare i criteri diagnostici previsti dal DSM, tale paura deve persistere per almeno sei mesi, nonostante le rassicurazioni mediche che non vi sono gravi patologie in atto. Le persone affette da questo disturbo solitamente sono utenti abituali dei servizi sanitari e spesso giudicano i medici incompetenti e inaffidabili. L’ipocondria spesso presenta comorbidità con i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore. Inoltre l’ipocondria non si differenzia in modo netto dal disturbo di somatizzazione, caratterizzato anch’esso da una lunga storia di lamentele di malattie. La differenza sostanziale sta nella forte preoccupazione del soggetto ipocondriaco che i suoi sintomi siano il sintomo di una malattia grave.

 

DISTURBO DI SOMATIZZAZIONE

Questo disturbo è definito da molteplici e ricorrenti problemi fisici, privi di una spiegazione organica apparente e che tuttavia portano il soggetto a cercare le cure dei medici. Per soddisfare i criteri diagnostici, il soggetto deve esibire vari tipi di sintomi fisici e tali sintomi devono causare una menomazione sociale e lavorativa di notevole entità. I soggetti con questo disturbo tendono a sottoporsi ripetutamente a visite mediche e ad esami diagnostici, a farsi visitare da più medici per uno stesso sintomo e ad assumere molti medicinali. Anche i ricoveri ospedalieri e gli interventi chirurgici sono frequenti nella loro storia. Nel riferire le lamentele, questi pazienti tendono a presentare i propri problemi in modo teatrale, esagerato, o come parte di una lunga e complicata storia clinica; di fatto, molti ritengono di essere stati malati per tutta la vita. Le persone che soffrono di questo disturbo riferiscono spesso una moltitudine di problemi comportamentali e interpersonali, quali assenteismo, difficoltà nelle esperienze lavorative e coniugali. La comorbidità è elevata con i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, l’abuso di sostanze, numerosi disturbi di personalità e con il disturbo di conversione. Si stima che la prevalenza di questo disturbo nell’intera esistenza sia inferiore allo 0.5% della popolazione.

 

DISTURBO DI CONVERSIONE

Nel disturbo di conversione, il manifestarsi di sintomi sensoriali e motori, come un’improvvisa cecità o paralisi, pare indicare un danno neurologico, ma gli accertamenti e i test clinici non evidenziano alcuna alterazione a livello degli organi o del sistema nervoso. I soggetti colpiti da questo disturbo possono esperire paralisi parziale o totale degli arti inferiori o superiori; convulsioni e alterazioni della coordinazione; sensazioni di pizzicore, formicolii o brividi a livello della pelle; insensibilità al dolore; l’insieme di questi sintomi è definito nel complesso anestesia, cioè perdita della sensibilità. Anche la visione può presentare alterazioni gravi, che vanno dalla cecità, parziale o totale, alla visione a tunnel, in cui il campo visivo è ristretto ai lati come se la persona stesse guardando attraverso un tubo. L’afonia, cioè la perdita della voce tale che la persona può parlare soltanto sussurrando, e l’anosmia, ovvero la perdita dell’olfatto, sono altri possibili sintomi del disturbo di conversione. Alcuni soggetti appaiono poco preoccupati, o perfino sereni: non mostrano un particolare desiderio di liberarsi al più presto dei propri sintomi, né li ricollegano a una condizione di forte stress in cui possono trovarsi. Il termine conversione fu introdotto da Sigmund Freud, secondo il quale l’ansia e il conflitto psicologico si convertono in sintomi fisici. La prevalenza del disturbo di conversione è inferiore all’1%. Nell’osservare sintomi quali una paralisi o una disfunzione sensoriale, è molto importante operare una diagnosi differenziale fra un disturbo di conversione e un problema neurologico. Prima di tutto vanno escluse le cause organiche.

I DISTURBI DI PERSONALITA’

I disturbi di personalità costituiscono un gruppo molto eterogeneo di disturbi psicologici definiti da modalità di comportamento e di esperienze interiore persistenti, pervasive e inflessibili, e tali da deviare notevolmente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Queste modalità problematiche si manifestano in almeno due delle seguenti aree: cognizione, emozioni, relazioni con gli altri e controllo degli impulsi. Come tutti gli altri disturbi del DSM-IV-TR, i disturbi della personalità vengono diagnosticati solo in presenza di profondo disagio e di compromissione funzionale.

 

LA CLASSIFICAZIONE DEI DISTURBI DI PERSONALITA’

Vi è un eccesso dibattito su quale sia il modo migliore di classificare i disturbi di personalità. prenderemo il via da una panoramica dell’approccio del DSM-IV-TR per poi rivolgerci a un approccio dimensionale alternativo.

 

IL GRUPPO STRANO/ECCENTRICO

Il gruppo strano/eccentrico dei disturbi di personalità comprende il disturbo paranoide di personalità, il disturbo schizoide di personalità e il disturbo schizotipico di personalità.

Il disturbo paranoide di personalità. Le persone con il disturbo paranoide di personalità sono sospettose e prive di fiducia negli altri. Questo atteggiamento influenza i loro rapporti con i famigliari, con i colleghi e con le conoscenze occasionali. Le persone che soffrono di questo disturbo si aspettano di essere maltrattate o sfruttate, e così si chiudono in sé stesse e stanno continuamente in guardia nei confronti di ogni possibile avvisaglia di inganno e di abuso. Sono spesso ostili e reagiscono con rabbia a tutto ciò che percepiscono come un insulto.

Il disturbo schizoide di personalità. Le persone con questo disturbo non desiderano avere relazioni sociali o non ne traggono alcun piacere, e di solito non hanno amici intimi. Queste persone appaiono insensibili, calmi ed estraniati, senza alcuna manifestazione di affetto o di tenerezza per le altre persone. Essi raramente esprimono forti emozioni, non sono interessati al sesso e trovano piacevoli ben poche attività. Indifferenti alle lodi, alle critiche e ai sentimenti altrui, gli individui con questo disturbo sono molto solitari e si dedicano solamente a quegli interessi che possono coltivare in solitudine.

Il disturbo schizotipico di personalità. le persone con questo disturbo sono spesso socialmente isolate, come coloro che soffrono di disturbo schizoide, ma diversamente da questi esse presentano anche molti altri sintomi più eccentrici, i quali sono versioni attenuate dei sintomi che definiscono la schizofrenia. Gli individui che soffrono di questo disturbo possono presentare credenze strane o pensiero magico – per esempio la convinzione di essere chiaroveggenti e telepatici. Sono comuni anche le idee di riferimento (la convinzione che gli eventi abbiano un significato particolare e insolito specificamente per loro), la sospettosità e l’ideazione paranoide. Possono avere anche alterazioni percettive ricorrenti (percezioni sensoriali infondate), come sentire la presenza di una forza o di una persona che in effetti non c’è. Il loro eloquio è talvolta caratterizzato da un uso delle parole insolito e poco chiaro; potrebbe dire, per esempio, “non è una persone molto parlabile” per indicare una persona con cui non è facile parlare. Anche il comportamento e l’aspetto possono essere stravaganti; per esempio, possono parlare da soli oppure indossare abiti sporchi o trasandati. Inoltre manifestano un impoverimento e un appiattimento dell’affettività.

 

IL GRUPPO AMPLIFICATIVO/IMPREVEDIBILE

I disturbi di questo gruppo sono caratterizzati da sintomi che vanno da un comportamento estremamente instabile a un’autostima ipertrofica, da esagerate manifestazioni emozionali a violazione delle norme sociali.

Il disturbo borderline di personalità. Le caratteristiche cruciali di questo disturbo sono l’impulsività e l’instabilità nelle relazioni interpersonali e nell’umore. Per esempio gli atteggiamenti e i sentimenti nei confronti delle altre persone possono mutare notevolmente e inspiegabilmente nel volgere di breve tempo. Le emozioni sono intense, imprevedibili e possono cambiare bruscamente, in particolare passando da un’appassionata idealizzazione a una rabbia colma di disprezzo. La loro intensa rabbia spesso ne danneggia i rapporti con gli altri. Il loro comportamento imprevedibile, impulsivo e potenzialmente autolesivo può comprendere gioco d’azzardo, spese insensate, attività sessuale indiscriminata, abuso di sostanze ed eccessi alimentari. Spesso questi individui non hanno sviluppato un senso di sé chiaro e coerente, e talvolta esperiscono notevoli oscillazioni in aspetti tanto basilari della personalità quali i valori, gli ideali, e le scelte professionali. Non sopportano di stare da soli, hanno intensi timori di abbandono, esigono costantemente l’attenzioni altrui e sono soggetti a un cronico senso di depressione e di vuoto. Durante i periodi di forte stress possono manifestarsi transitori sintomi psicotici e dissociativi. Le persone con disturbo borderline di personalità sono particolarmente inclini ai comportamenti auto lesivi.

Il disturbo istrionico di personalità. Questo disturbo è caratterizzato da un comportamento eccessivamente drammatico e teatrale, alla continua ricerca dell’attenzione altrui. Le persone con questo disturbo si avvalgono spesso del loro aspetto fisico – come abiti eccentrici, un trucco particolare o un colore dei capelli insolito – per attrarre l’attenzione su di sé. Benché manifestino in maniera plateale forti emozioni, si ritiene che in realtà le loro emozioni siano piuttosto superficiali. Possono, per esempio, mostrare un entusiasmo esagerato per una data persona e affermare che è senz’altro la loro migliore amica, per poi fare fatica il giorno dopo a ricordare la conversazione avuto con lei. Sono persone concentrate su sé stesse che si interessano eccessivamente al proprio aspetto fisico e si sentono a disagio quando non sono al centro dell’attenzione. Queste persone possono essere sessualmente provocanti e seduttive in situazioni e modi non appropriati, e sono facilmente influenzabili. Il loro eloquio è spesso impressionistico e manca di dettagli; per esempio, possono esprimere con forza una propria opinione eppure essere completamente incapaci di sostenerla con argomentazioni appropriate.

Il disturbo narcisistico di personalità. Gli individui con questo disturbo hanno un’idea grandiosa di sé stessi e delle proprie capacità, e fantasticano continuamente sui loro futuri successi. Dire che sono concentrati su sé stessi è un eufemismo. Essi richiedono attenzione quasi costante e ammirazione iperbolica da parte degli altri. Le relazioni interpersonali sono disturbate dalla loro mancanza di empatia, dall’arroganza unita a sentimenti di invidia, dall’abitudine ad approfittarsi degli altri e dalla convinzione di godere di speciali diritti, come se gli altri fossero tenuti a rendere loro favori del tutto particolari. Le persone con il disturbo narcisistico di personalità tendono anche a cambiare partner se hanno l’opportunità di scegliere una persona di status sociale più elevato.

Il disturbo antisociale di personalità. I criteri diagnostici per il disturbo antisociale di personalità includono due componenti principali. Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri fin dall’età di 15 anni. La presenza di sintomi del disturbo della condotta prima dei 15 anni di età. Tra i principali sintomi del disturbo della condotta figurano le assenze ripetute e ingiustificate da scuola, le fughe da casa, le menzogne frequenti, i furti, l’appiccare incendi e la distruzione deliberata della proprietà altrui. Le persone con questo disturbo sono caratterizzate da un comportamento antisociale e irresponsabile, che si manifesta sotto forma di incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa, di infrazioni della legge, irritabilità e aggressività fisica, inadempienza ai debiti, azioni sconsiderate e impulsiva, e incapacità di pianificare il futuro. Queste persone non attribuiscono alcun valore all’onestà e alla verità e dimostrano una totale mancanza di rimorsi per i propri misfatti.

 

IL GRUPPO ANSIOSO/TIMOROSO

Questo gruppo comprende il disturbo evitante di personalità, il disturbo dipendente di personalità e il disturbo ossessivo compulsivo di personalità. In generale, le persone con questi disturbi sono particolarmente soggette alla preoccupazione a all’angoscia.

Le persone con il disturbo evitante di personalità sono così timorose di essere criticate, rifiutate e disapprovate da evitare occasioni di lavoro o di rapporti con gli altri per proteggersi dal feedback negativo. Nelle situazioni sociali esse sono inibite dalla intensa paura di dire qualche sciocchezza, di trovarsi in grave imbarazzo, di arrossire o di mostrare altri segni d’ansia. Si ritengono incompetenti e inferiori agli altri e sono riluttanti a correre dei rischi o a tentare qualche nuova attività.

Le caratteristiche cruciali del disturbo dipendente di personalità sono l’eccessivo affidamento agli altri e la mancanza di sicurezza e di fiducia in sé. Le persone con questo disturbo hanno un intenso bisogno di essere accudite, che spesso le porta a sentirsi a disagio quando si trovano da sole. Subordinano i propri bisogni a quelli altrui, per essere sicure di non incrinare le relazioni protettive che hanno stabilito. Quando una relazione intima termina, ne ricercano urgentemente un’altra con cui sostituirla. Si percepiscono come degli esseri deboli, e quindi si rivolgono agli altri per trarne sostegno e per farsi guidare in ogni decisione.

L’individuo con il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità è un perfezionista preoccupato dei minimi dettagli e di osservare scrupolosamente regole, orari e via dicendo. Queste persone spesso presentano talmente tanta attenzione ai particolari da non riuscire mai a portare a termine un progetto. Si tratta dio individui orientati più verso le attività lavorative che verso quelle piacevoli, i quali hanno enormi difficoltà a prendere decisioni (per timore di sbagliare) e a organizzare il proprio tempo (per timore di concentrarsi sulla cosa sbagliata). Spesso le loro relazioni interpersonali sono scadenti, perché sono ostinati ed esigono che tutto venga fatto a modo loro. Vengono frequentemente descritti come dei “fanatici del controllo mentale”. In genere sono seri, rigidi, formali e inflessibili, soprattutto su argomenti di natura morale. Non riescono a disfarsi di oggetti consueti e inutili, anche quando sono privi di qualunque valore affettivo; spesso sono eccessivamente frugali, a un livello che causa preoccupazione in coloro che li circondano. Questo disturbo di personalità è nettamente distino dal disturbo ossessivo-compulsivo, non presenta infatti le ossessioni e le compulsioni tipiche di quest’ultimo.

I DISTURBI SESSUALI E DELL’IDENTITA’ DI GENERE

La sessualità è una delle sfere più personali e private della vita di un individuo. Ognuno di noi è un essere sessuato con preferenze e fantasie che talvolta possono sorprenderci e persino scandalizzarci, ma che di solito fanno parte del normale funzionamento sessuale. Quando invece fantasie o desideri hanno su di noi stessi o sugli altri effetti indesiderati o dannosi, essi cominciano a qualificarsi come patologie. Suddividiamo la nostra analisi dei problemi e dei disturbi sessuali in tre sezioni principali: le disfunzioni sessuali, quelle alterazioni della funzionalità sessuale riscontrabili in molte persone che sono per altri versi sane da un punto di vista psicologico; il disturbo di identità di genere, una diagnosi usata per descrivere le persone che ritengono di appartenere al sesso opposto; e le parafile, nelle quali le persone sono attratte da oggetti o da attività sessuali inusuali.

 

DISFUNZIONI SESSUALI

Il DSM-IV-TR suddivide le disfunzioni sessuali in quattro categorie: disturbi del desiderio sessuale, disturbi dell’eccitazione sessuale, disturbi dell’orgasmo e disturbi da dolore sessuale. La disfunzione deve essere persistente e ricorrente e deve causare notevole disagio o difficoltà interpersonale. Una diagnosi non viene formulata se si ritiene che il disturbo sia dovuto esclusivamente a una condizione medica o ad un altro disturbo, come una grave depressione. Sebbene molte persone riferiscono i sintomi di una disfunzione sessuale è importante sottolineare che le diagnosi cliniche non vengono fatte se una persona non deriva da questi sintomi un disagio significativo o una compromissione del funzionamento in altre aree.

Disturbo del desiderio sessuale. Il DSM-IV-TR distingue due tipi di disturbi del desiderio sessuale. Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo si riferisce alla carenza o all’assenza di fantasie e impulsi sessuali; il disturbo da avversione sessuale rappresenta un disturbo più estremo, nel quale vengono attivamente evitati quasi tutti i contatti genitali con un’altra persona.

Disturbo dell’eccitazione sessuale. Alcune persone non hanno alcun problema relativo al desiderio sessuale, ma hanno difficoltà a raggiungere o a mantenere l’eccitamento sessuale. Le due sottocategorie dei disturbi dell’eccitamento sono il disturbo dell’eccitamento sessuale femminile e il disturbo maschile dell’erezione. La diagnosi di disturbo dell’eccitamento è posta per la donna quando vi è una lubrificazione vaginale costantemente inadeguata all’agevole completamento del rapporto, e per l’uomo quando si registra una persistente incapacità di raggiungere, o di mantenere fino al completamento dell’attività sessuale, un’erezione adeguata.

Disturbi dell’orgasmo. Il DSM-IV-TR descrive tre tipi di disturbo dell’orgasmo, uno riconosciuto nelle donne e due negli uomini. Il disturbo dell’orgasmo femminile si riferisce alla persistente assenza di orgasmo dopo l’eccitazione sessuale. Questo disturbo viene diagnosticato solo se l’assenza di orgasmo è persistente e tale da causare sofferenza soggettiva. I due disturbi dell’orgasmo negli uomini sono: il disturbo dell’orgasmo maschile, definito da una persistente difficoltà a eiaculare, e l’eiaculazione precoce, definita da una eiaculazione che si verifica troppo rapidamente.

Disturbi da dolore sessuale. Il DSM classifica due disturbi da dolore da origine sessuale: la dispareunia e il vaginismo. Si formula una diagnosi di dispareunia in presenza di un dolore ricorrente o persistente durante il rapporto sessuale. La dispareunia può essere diagnosticata nelle donne e negli uomini. Alcune persone riferiscono che il dolore è concomitante all’atto della penetrazione mentre altre riferiscono dolore solo dopo la penetrazione. Per formulare questa diagnosi il dolore non deve essere causato da un problema medico. Il vaginismo è caratterizzato da spasmi involontari dei muscoli perineali che circondano il terzo esterno della vagina, tali da rendere impossibile il rapporto sessuale.

 

DISTURBO DELL’IDENTITA’ DI GENERE

Le persone con il disturbo dell’identità di genere, di solito fino fin dalla prima infanzia, sentono profondamente dentro di sé di appartenere al sesso opposto. È possibile allora che la persona desideri modificare chirurgicamente il suo corpo per farlo corrispondere alla sua identità di genere. Questa diagnosi è applicata solo quando il desiderio si essere un membro del sesso opposto provoca disagio clinicamente significativo e compromissione di importanti aree del funzionamento della persona. Il disturbo d’identità di genere è una delle categoria più controverse del DSM. C’è infatti che sostiene che trarre questa diagnosi porti a patologizzare e stigmatizzare una diversità che si verifica naturalmente.

 

LE PARAFILIE

Nel DSM-IV-TR le parafilie sono un gruppo di disturbi nei quali l’eccitazione sessuale viene suscitata da oggetti inusuali oppure da attività sessuali di natura inusuale. In altre parole, vi è una deviazione (para) rispetto a ciò che suscita attrazione (-philia). Per formulare questa diagnosi il DSM richiede che le fantasie, gli impulsi o i comportamenti abbiano una durata di 6 mesi. Queste diagnosi infatti si applicano a quegli impulsi sessuali che sono più problematici e duraturi rispetto a fantasie occasionali o sperimentazioni sessuali. Le parafilie vengono diagnosticate se le fantasie o i comportamenti sono ricorrenti e tali da causare notevole disagio o compromissione di importanti aree del funzionamento della persona, o se danneggiano il soggetto od altre persone. Tra le parafilie il DSM include: il feticismo, il feticismo di travestimento, la pedofilia, il voyeurismo, l’esibizionismo, il frotteurismo, il sadismo e il masochismo sessuale.