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Psicologia dello sport.

Negli ultimi anni, il Dott. Luca Ravazzin, accanto alla prevalente attività di psicoterapeuta, si è dedicato ad approfondire le principali tematiche inerenti la psicologia dello sport (lo sport in età evolutiva, emozioni e motivazioni, personalità e differenze individuali, dinamiche di gruppo, ottimizzazione della prestazione, ecc.).
Il 20 settembre 2010, in qualità di Presidente dell’Associazione Veronese di Psicoterapia Psicoanalitica, ha promosso, in coorganizzazione con l’Assessorato allo Sport del Comune di Verona, un convegno dal titolo
“Psicologia dello Sport”.

Il convegno si è tenuto presso la Gran Guardia di Verona ed ha rappresentato un’importante momento di confronto tra il mondo dello Sport e, appunto, quello della Psicologia.

Nel corso della giornata, infatti, agli interventi di psicologi, psichiatri e psicoanalisti si sono alternate le preziose testimonianze di famosi sportivi (Sergio Pellissier attaccante del Chievo, Fabio Moro dirigente sportivo ed ex calciatore, Emiliano Brembilla nazionale di nuoto, Bruno Bagnoli allenatore Marmi Lanza).

Il 22 giugno 2011 ha partecipato come relatore al convegno sulla psicologia dello sport promosso dal ChievoVerona in collaborazione con Paluani Life. Il convegno si è svolto all’interno della manifestazione “Chievo junior cup” ed era rivolto ai direttivi delle Società affiliate ChievoVerona. Ha rappresentato un momento di riflessione sul significato dello sport come strumento di formazione per bambini ed adolescenti.

Per tutto il 2012 ha collaborato come Psicologo Formatore con l’A.C. ChievoVerona al progetto “SportivaMente: il significato dello sport in età evolutiva e adolescenziale”.

L’iniziativa è finalizzata a promuovere negli allenatori e nei genitori dei giovani atleti una corretta cultura dello sport, che tenga conto della dimensione psicologica, sociale ed etica dell’attività sportiva.

Mediante una serie di incontri, rivolti alle Società affiliate ChievoVerona, si desidera stimolare una riflessione sul significato dello sport in età evolutiva e adolescenziale al fine di promuovere una visione condivisa, che ponga al centro la persona rispetto alla prestazione, in grado di rendere l’attività dei nostri giovanissimi atleti una vera occasione di crescita e formazione personale.

LO SPORT IN ETA’ EVOLUTIVA

Lo sport, favorendo l’integrazione corpo-mente assume un ruolo molto importante in età evolutiva. Esso, infatti, può aiutare il bambino e l’adolescente ad acquisire e mobilitare le abilità cognitive, emotive e relazionali, necessarie ad affrontare i “compiti di sviluppo” che la vita gli impone. Attraverso lo sport, viene rafforzata la costruzione di una immagine di sé positiva, suscitando nella persona in crescita una disposizione ottimistica verso il futuro; ponendola così al riparo – almeno in parte – da sofferenza psichica, dipendenze, comportamenti devianti e marginalità sociale. In particolare, lo sport appare in grado di promuovere tre dimensioni.
Il rapporto positivo con il proprio corpo. Attraverso l’attività sportiva, il giovane o giovanissimo atleta non solo potenzia l’apparato muscolo-scheletrico, ma può anche correggere eventuali disarmonie dei movimenti, raggiungendo un buon coordinamento motorio. Ciò procurerà alla persona un forte senso di piacere, nonché un importante sentimento di autostima. Lo sport favorisce inoltre il mantenimento di un peso adeguato, l’acquisizione di un corretto regime alimentare e l’astensione dall’uso di sostanze nocive. Nel potenziare le sue capacità atletiche, il giovane sportivo, effettua dunque un investimento positivo sul proprio corpo, vissuto sempre più come “alleato” e sempre meno come “avversario”.
Il benessere psicologico. Lo sport permette di misurarsi con i propri limiti e potenzialità, di affrontare le difficoltà rinforzando aspetti legati all’identità personale; al tempo stesso di confrontarsi con gli altri, sviluppando la capacità di mettersi in relazione in modo costruttivo. Nella pratica sportiva il risultato si raggiunge con sforzo assiduo e impegno costante, con un allenamento finalizzato a raggiungere gli obiettivi personali, maturando la capacità di attesa e scoprendo nuove, forti motivazioni. L’atleta impara così a superare il “principio di piacere”, che punta al soddisfacimento immediato dei desideri, raggiungendo il “principio di realtà”, che consegna al soggetto la responsabilità, ma anche la capacità di costruire le condizioni in cui il bisogno possa trovare il suo soddisfacimento. La pratica agonistica accresce inoltre la capacità di tollerare la frustrazione, costringendo il ragazzo a confrontarsi con il fallimento, l’insuccesso e la fatica, per poi ritrovare – più forte di prima – la strada che porta alla realizzazione del progetto intrapreso. Nello sport, inoltre trovano contenimento e spazio anche le pulsioni aggressive, che qui possono essere espresse in modo adeguato e acquisire persino una loro utilità in quanto possono essere trasformate in energia da spendere nella prestazione.
La dimensione sociale. Gli sport – sia individuali che collettivi – fornendo norme, regole e modelli di comportamento, insegnano a convivere con l’altro in una relazione di rispetto e reciprocità. L’atleta può giocare e competere nella misura in cui egli sappia rispettare codici condivisi; in tal senso lo sport facilita l’acquisizione dei principi basilari del vivere civile, al di fuori dei quali, doti personali e risultati perdono di senso. Si scoprirà così che è necessario imparare a convivere con i pregi e i difetti degli altri, che i ruoli dei singoli sono sempre complementari e che il raggiungimento dell’obiettivo richiede l’impegno di tutti, il riconoscimento della reciproca interdipendenza.

Nel dettare leggi, norme e codici, lo sport è dunque una vera educazione alla legalità. I giovani atleti sono, infatti, chiamati a mantenere il loro comportamento entro confini stabiliti, imparando l’autocontrollo e il senso del limite. Tutte queste potenzialità non si realizzano però da sole: spetta infatti alle persone in gioco, il compito di riempire il mondo dello sport di esperienze, scegliendo quelle positive e rifiutando quelle nocive. Per questo motivo è importante che ogni allenatore, genitore e dirigente si interroghi sul significato dello sport in età evolutiva. Lo sport può essere visto da diverse prospettive, ed è quindi importante che ognuno abbia chiara la propria “idea di sport”, cioè quali siano i valori e i contenuti di riferimenti. In modo schematico ma efficace, potremmo individuare due approcci sportivi: il primo centrato sulla prestazione, il secondo centrato sull’atleta. Nel primo, la prestazione, genitori ed allenatori sono portati a ricercare il successo ad ogni costo, anteponendo questo obiettivo alla crescita dei giovani. Un approccio autoreferenziale, in cui sostanzialmente non ci si chiede tanto che cosa si possa fare a beneficio degli atleti, bensì quanto – attraverso di loro – si possa ottenere in termini di gratificazione personale. Ecco che allora ,e aspettative degli adulti vengono proiettate su bambini e ragazzi, vissuti come proprie “estensioni narcisistiche”. Nel secondo approccio, quello centrato sull’atleta, la priorità è rappresentata dalla persona e dal suo sviluppo. Ponendo l’accento sulla realizzazione delle potenzialità soggettive, la capacità atletica si integra in modo armonioso con la maturazione psichica e l’equilibrio emotivo. Sposando questa visione dello sport, si rinuncia al piacere immediato della vittoria, a favore di una gratificazione più matura: lo sviluppo fisico, psicologico e sociale dei giovani atleti. In questo senso, importante è il compito della società sportiva, che ponendo al centro l’atleta, delinea una cornice teorica, all’interno della quale le varie figure educative possono programmare e svolgere, in modo univoco, le attività sportive a favore di bambini e ragazzi. Condividendo queste finalità, allenatori e genitori possono diventare i più veri “alleati” dei loro figli, interagendo con loro in modo efficace. La realtà dimostra tuttavia che le cose non sempre funzionano così. Accade, ad esempio, che gli allenatori lamentino talvolta un difficile rapporto con i genitori, che seguono da vicino l’esperienza sportiva dei figli, trovandosi di fatto a svolgere una complessa mediazione educativa. Spesso, infatti, sono proprio i genitori le prime “vittime” della logica del successo a tutti i costi. Il loro forte investimento emotivo sulla carriera sportiva dei figli, li porta a seguirli con entusiasmo: se da un lato ciò può costituire un importante stimolo per i ragazzi, dall’altro le aspettative genitoriali possono essere vissute come un costante, esagerato richiamo all’eccellenza, da cui una dannosa “ansia da prestazione”. Può inoltre accadere che i genitori “sostituiscano” di fatto l’allenatore, ponendosi indebitamente come guide tecniche, spesso severe se non addirittura punitive di fronte a prestazioni ritenute deludenti. Ciò può generare un clima negativo e controproducente, che impone ai veri allenatori un’azione educativa allargata ai famigliari, nel tentativo di ripristinare, attraverso un dialogo costruttivo, i valori educativi dello sport e le modalità più efficaci per facilitare la crescita complessiva di un atleta. Si capisce allora che l’allenatore di una squadra giovanile è anche un educatore, un tramite tra i giovani e la società civile. Si tratta, in sostanza, di accompagnare la crescita dei giovani atleti, costruendo autentiche occasioni d’incontro, di dialogo e di ascolto, allo scopo di infondere loro fiducia e autostima. Essere accettati, soprattutto in età evolutiva, riveste un’importanza decisiva, rappresentando le precondizione necessaria per affrontare, in prospettiva, le difficoltà della vita. In conclusione, sarebbe importante offrire, agli adulti che operano con i giovani in ambito sportivo, ampi spazi di confronto, coinvolgendo anche esperti nell’approfondimento degli aspetti psicologici relativi alle diverse fasce di età, ciascuna con le sue specifiche sfide evolutive.

Bibliografia:
Raffuzzi L., Inostroza N., Casadei B. (2003), Uno sport da ragazzi, Carocci, Roma
Cosmai M., (2005), Psicologia e mondo dello sport, CLUEB, Bologna
Charmet G.P., (2000), I nuovi adolescenti, Cortina, Milano
Benedetti S., Landi, S., Merola G., (2006) Lo psicologo dello sport nella scuola calcio, Luigi Pozzi, Roma.